Autosvezzamento, miti da sfatare e verità scientifiche: parola al dottor Piermarini
In questo articolo

con la consulenza di Lucio Piermarini
Pediatra e autore dei libri "Io mi svezzo da solo" e "Sereni a tavola"
Sempre più famiglie scelgono l’alimentazione complementare a richiesta. Ma cos’è davvero l’autosvezzamento e in cosa si distingue dall’approccio tradizionale?
L’autosvezzamento è un approccio sempre più diffuso tra i genitori, ma spesso circondato da dubbi e false credenze. Per fare chiarezza, abbiamo chiesto il parere del pediatra Lucio Piermarini, che nel 2001 ha coniato il termine e lo ha portato alla ribalta.
Valorizzare le sue competenze
L’autosvezzamento, o, per meglio dire, alimentazione complementare a richiesta, rappresenta un cambio di prospettiva rispetto allo svezzamento tradizionale. «L’idea – spiega Piermarini – è quella di valorizzare al massimo le competenze naturali del bambino e della sua famiglia, sulla falsariga di quanto avvenuto negli anni ’80 con l’allattamento al seno. Sappiamo che possiamo fidarci del bambino e della risposta istintiva della mamma, certo informandola correttamente sulle sue competenze, che spesso non conosce perché le sono state mascherate da noi pediatri, che le abbiamo insegnato un tipo di svezzamento “imposto”». Si tratta dunque di un percorso guidato dal piccolo, che ha inizio in un momento determinato dello sviluppo, diverso da bambino a bambino. «È una fase obbligata del suo percorso evolutivo, come mettersi in piedi o parlare – sottolinea il pediatra – perché è anch’essa legata alla sopravvivenza.
l bambino, intorno ai 6-7 mesi (in diversi casi anche dopo), raggiunge una maturità neuro-cognitiva che lo porta a imitare con sufficiente precisione ciò che vede fare e questo, ovviamente, accade anche durante i pasti. Il suo interesse per la gestualità dei genitori viene erroneamente interpretato come interesse per il cibo solido (che non sa cosa sia, e di cui lui/lei non sente alcun bisogno), ma, se viene accontentato, il risultato è comunque quello desiderato: portare le posate alla bocca. Solo a quel punto, anche perché riconosce sapori e aromi già sperimentati in gravidanza e allattamento, può dare a ciò che ha messo in bocca una connotazione simile a quella del latte. Se il primo tentativo ha successo si continuerà a rendere disponibile il cibo con le posate ma, attenzione, solo se il bambino lo richiederà. Offrirlo comunque comporta gli stessi rischi di rifiuto e conflitti legati alla vecchia modalità».
«SI TRATTA DI UN PERCORSO GUIDATO DAL BAMBINO»
Fiducia nelle capacità del piccolo
Il modello tradizionale di svezzamento si basava su una tabella rigida, con l’introduzione progressiva degli alimenti secondo un calendario prestabilito. «Si pensava che il bambino molto piccolo non avesse le competenze per gestire determinati alimenti – racconta Piermarini – ma le ricerche scientifiche hanno smentito questa idea». L’alimentazione complementare a richiesta si fonda dunque sulla fiducia nelle capacità del bambino, che può assaporare i cibi della famiglia «purché sani e preparati correttamente», evidenzia il nostro esperto. Un aspetto spesso fonte di preoccupazione è il rischio di allergie, ma il pediatra rassicura: «L’esperienza precoce con i cibi potenzialmente allergizzanti ha un effetto preventivo. Si tratta ormai di un fatto scientificamente dimostrato e accettato da tutti. Prima se ne fa esperienza, più facilmente si sviluppa tolleranza a quell’alimento».
Paure e miti da sfatare: cosa evitare?
L’autosvezzamento non ha molte restrizioni, ma è fondamentale garantire la sicurezza. «I cibi da evitare, oltre quelli non sicuri per tutti, sono, fino a un anno di età, il miele (per il rischio di botulino) e il latte vaccino, quest’ultimo comunque tollerato se in quantità modeste. In generale, se il bambino non ha problemi di salute, non ci sono limitazioni particolari». Uno dei timori più diffusi è il rischio di soffocamento. Il pediatra invita mamma e papà a rilassarsi, ma con le giuste precauzioni: esistono, ad esempio, regole comportamentali che riducono moltissimo il rischio di soffocamento, come far sì che il bambino mangi senza la distrazione della televisione o di giochi. Il rischio, inoltre, può essere sicuramente arginato in partenza se il cibo viene tagliato finemente, schiacciato o triturato.
«Sotto questo aspetto, e non solo – ci viene precisato – l’autosvezzamento non va confuso con il Baby Led Weaning, un approccio al cibo solido importato più recentemente dal Regno Unito, nel quale il cibo viene invece offerto in dimensioni “manipolabili”. Si lascia quindi che il bambino ne faccia quel che vuole finché, una volta portato in bocca, sempre con le mani, non venga riconosciuto come tale e deglutito. Questa prassi, oltre al fatto che non esiste alcuna dimostrazione scientifica della sua utilità, comporta un onere gestionale non facilmente sostenibile da tutti e, dal punto di vista nutrizionale, una rischiosa limitazione della varietà. Chiariti questi aspetti, ognuno si senta libero di fare la sua scelta». Altro cardine dell’alimentazione complementare a richiesta, è il dato scientifico che il bambino sano non ha nessun bisogno di essere incoraggiato a mangiare. Spesso, infatti, i genitori si preoccupano che il bimbo non mangi abbastanza. Ma per Piermarini il bambino sa autoregolarsi. «Non dobbiamo pensare che il nostro compito sia farlo mangiare. Quando allattiamo, non misuriamo quanto latte prende, perché dovremmo farlo ora?». L’autosvezzamento, quindi, non è una strategia per nutrire il piccolo, ma un percorso di crescita condiviso, da iniziare possibilmente già in gravidanza. Permette al bimbo di sperimentare il cibo positivamente con curiosità e autonomia, senza stress per nessuno!
LE REGOLE PRATICHE
La preparazione dei cibi è fondamentale per garantire un’esperienza serena. Ecco alcune regole pratiche per ridurre il rischio di soffocamento suggerite dal Ministero della Salute.
Tagliare correttamente gli alimenti: i cibi cilindrici vanno ridotti a listarelle, quelli tondi vanno divisi in quarti.
Gli alimenti troppo piccoli come noccioline, anacardi e frutta a guscio vanno sminuzzati o tritati finemente.
Evitare consistenze pericolose, come cibi duri, appiccicosi (gnocchi con formaggio filante), fibrosi (sedano) e comprimibili (marshmallow).
Cuocere gli alimenti più duri fino a renderli morbidi o tagliarli in piccoli pezzi, grattugiarli o tritarli.
Eliminare filamenti e nervature da carne e verdure fibrose.
Evitare di aggiungere mozzarella e formaggi a pasta filata ai cibi caldi poiché, fondendo, possono creare l’effetto colla.
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